Un lavoro eccellente: eccellenti la lingua, il vocabolario, lo stile e la scrittura. Eccellente il dosaggio e la mescolanza di fiction, magia e realtà e storicità. Eccellente il tatto con cui sa maneggiare un protagonista che è a sua volta un'eccellenza. Non gli trovo difetti: mi fermo a quattro stelle e mezza solo perché le cinque stelle complete si riservano a Il Gattopardo, una questione di pura proporzione.
Raccontare di Tomasi di Lampedusa in realtà è qui poco più di un pretesto per parlare di novecento, di morte, e della forza del tempo che tutto tramuta in polvere: può tramutare in polvere le piramidi, figurarsi cosa può fare degli uomini, delle loro anime, delle loro storie, dei loro palazzi - per quanto splendidi e barocchi.
Un libro fatto di magia: storie magiche e parole magiche - oltre che, in qualche modo, salvifiche.
In queste pagine l'estate del 1903 scorre parallelamente a quella del 1957. Non c'è nessunissima trama: le due estati scorrono parallele ma sono solo due fotografie affiancate, posate sul canterano. Le parole del protagonista tratteggiano la storia della sua vita, cenni della famiglia, qualche paesaggio siculo, qualcosa sulla genesi del celebre romanzo, ma è tutto spennellato alla maniera impressionista: per cogliere l'insieme non si deve guardare il dettaglio bensì fare quattro passi indietro. (Come direbbe Antonno: per andare avanti, devi andare indietro).
È anche - anzi: è soprattutto una narrazione in cui si gioca a sovvertire l'ordine dello spazio e del tempo quindi mettere sopra quello che dovrebbe stare sotto e mettere nel futuro quello che in realtà sta nel passato. Altro che Gospodinov, altro che balle: per chi voleva un libro che facesse giocare il lettore e stupire sul concetto di tempo, era questo il libro da leggere.
Per farsi una mezza idea del tipo di commistione tra fuori e dentro, tra sopra e sotto, tra cielo e mare, tra grande e piccolo, si può dare un'occhiata al video di up and up dei Coldplay.
Oltre a tutto quanto sopra elencato, ovviamente c'è la scoperta del mondo della parola, dei libri, della scrittura, della lettura: un mondo magico, certamente, ma fatto sia di magie bianche che di magie nere, quindi un mondo non sempre facile e non sempre meraviglioso in senso positivo: un mondo che sa essere anche angosciante.
E ancora: libri che pretendono di raccontare la meraviglia dell'infanzia (di un personaggio reale o immaginario, poco importa) ce ne sono tanti, troppi; e poi finiscono sempre per spiattellarti lì una roba plasticosa o zuccherosa o tutt'e due insieme. Qui invece c'è davvero, la giusta misura: c'è la meraviglia e c'è la magia, ma c'è anche così tanta nostalgia e un così grande senso dell'incombenza della catastrofe. E quando scrivo "nostalgia" non mi riferisco all'adulto che rimembra volti e cose degli anni della fanciullezza - lì son buoni tutti - ma mi riferisco proprio al fanciullo che prova il dolore per una lontananza di un qualcosa ma che non sa neppure lui che cos'è, un qualcosa che è appena lì dietro le sue spalle eppure così sideralmente lontano e inarrivabile. Ed è tutto così talmente rovesciato e arrotolato (in senso positivo) che quando sul finale la voce narrante ti butta sul tavolo i versi stra-conosciuti dell'Amleto, come al termine di una mano di poker, sembra proprio di leggerli per la prima volta. E questa non è cosa da tutti, questa è per chi sa scrivere bene ma sa anche bene di cosa parla e non scrive tanto per scrivere.
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