giovedì 16 ottobre 2025

Se avessero - Vittorio Sermonti

 L'acquisto di questo libro risale a parecchie ere geologiche fa, quando non solo mi ero messa in testa di collezionare tutti i premi Strega e di leggerli tutti, mi ero addirittura ripromessa di estendere l'impresa ai finalisti delle cinquine. Inizio a prendere in mano il volume e si scopre che in realtà è del 2016, quindi nemmeno dieci anni, non so come abbiano fatto a starci così tante ere geologiche in 10 annetti scarsi.


La seconda cosa che scopro sfogliando e annusando il libro è che non si tratta di un romanzo nel senso più classico del termine, sembra più una specie di mémoire, o di zibaldone, o forse tanti tentativi di iniziare un diario tutti messi insieme, o forse ancora uno dei primi esempi di quell'autofiction che da allora fino ad oggi imperversa tanto nelle mode letterarie. Infine, la citazione in stile smaccatamente gospodinoviano, in quarta di copertina, mi lascia intendere che qui tirerà una brutta aria. Eppure ci provo lo stesso.

Una scrittura vanitosamente urticante. O urticantemente vanitosa. O tutt'e due. In nome della colpa, il perché mi ci sia andata a impegolare lo sa il barbagianni, lo sa.

Quando incontri uno scrittore dotato di particolari grazia e leggerezza (caratteristiche innate, o ce le hai di tuo o sennò t'arrangi senza, non c'è scuola che tenga), allora è interessante stare a leggere qualsiasi cosa egli scriva, anche se sta parlando del gatto seduto sul tetto o anche se ti sta spiegando la sua lista della spesa. Viceversa, chi scrive in maniera pesante con tanti incisi per risultare simpatico, e vuole mostrare quanto è erudito con tante citazioni, però poi per stupire o forse solo per far lo spiritoso ci deve mettere dentro anche del turpiloquio gratuito, e insomma per riempire la pagina fa un gran minestrone in cui mescola sia carne che pesce, allora è impossibile da digerire, anche se stava contando la più interessante delle storie.
Se uno scrive bene e nei giusti toni, mi può interessare leggere aneddoti della sua giovinezza, del padre, dei fratelli e delle sorelle. Ma se uno è tanto supponente, e spiritosone e vanesio, letteralmente: che me ne frega di sentirmi raccontare quella roba lì?!?

In questo libro il tipo di scrittura è quello del secondo esempio. L'autore stesso, in un'intervista, dice di compiacersi di riuscire a combinare precisione e spudoratezza (Sigh!).
Piccolo dettaglio: qui non c'è nessuna storia interessante, né punta né poca.

Altra nota dolente è il tono irriguardoso, irriverente e acidoso con cui parla di venticinque aprile, di Resistenza e di insurrezione. I partigiani non furono tutti stinchi di santi, questo lo sappiamo: chi ne fa la pura agiografia, sbaglia. Se poi Sermonti si limitasse a dire chiaramente: io mi colloco e identifico nella sponda opposta, beh, per quanto mi riguarda lo accetterei benissimo. Se volesse essere irriverente nei confronti di una persona o di un episodio specifico, ancora, lo capirei. Si può avere da ridire su piazzale L, su tutto quel che si vuole, ma si può dileggiare un'intera popolazione perché vestiva di stracci e nei momenti di festa era tutto uno "zoccolare" in strada? Ma chi o cosa ti credi di essere, Ranieri di Monaco? E poi non ha nemmeno il coraggio di difendere le scelte e le parti del fratello; pur di non ammettere chiaramente le cose come stavano, lo dipinge come un qualcosa a metà via tra un funambolo, un trasformista, un anarchico e un novello Eracle, inventa giustificazioni arrampicate su per gli specchi... no, non ci siamo proprio. Abbandono senza problemi né rimpianti. 

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